LA CITTA’

IMMAGINI PER L’OCCHIO FOTOGRAFICO

 

Ognuno nella sua vita percorre varie città, dalla città fantastica (e fantasticata) di guglie e pinnacoli delle fabule d’infanzia, attiranti e paurose, alla città dell’adolescenza, luogo di arrivi o partenze, d’umanità ancora inconosciuta e sfiorante la tua innocenza, protesa alla prova e vogliosa di mescolarsi agli altri o sdegnosa di folle e d’impuri desiderati contatti: l’occhio dell’adolescente è febbrile, impudico, avverte il male ma non lo comprende. Arrivi anche alla tua città della maturità (o supposta tale) e ormai ti aggiri in essa senza stu­pori; la città s’è fatta piccola, anche se vivi in una città sterminata, ti muovi tra poche, solite strade, senza meraviglie e insidie. Il “pervertimento” etico può farti immaginare una città ideale, antichi o nuovi falansteri, delizia di urbanisti umanistici o umantari, e questa è la città senza storia per chi s’è disgustato della storia, del giustificazionismo e della stratificazione che seppelliscono e conservano il passato che rimanda odore di pietra insanguinata. O altra depravazione possibile all’occhio e all’immaginazione è quella di una città di donne, di Grandi Madri, genitale, arcuata, sferoide, tutta baldacchini e talami, specchi, vetrine e latrine “per sole donne”, convulsa per spostamenti continui di suppellettili e manichini e dove ogni anche vasta architet­tura s’impicciolisce dominata dai primi piani totali di quel corpo diverso che con sè reca la donna. O oltra depravazione ti tenta quando l’occhio stanco per vecchiezza e saggezza vede la città intasata, che si accumula su se stessa e si violenta e soffoca nei miasmi e rifiuti e la sovrastano le fortezze del potere, nuove torri per i nuovi tiranni isolati sul basso paesaggio urbano sottostante, e allora vorresti che tutto ridiventasse deserto o almeno rovina: la “dissipatio H.G.” di cui ha detto Morselli, la futura città atomizzata, sbriciolata. Ormai qui l’occhio si protende nelle zone della morte e passato remoto e futuro possibile si uniscono nel silenzio irra­presentabile.
Ma voci, voci servono all’occhio, voci luminose, per percorrere ogni possibile città, l’infinita città del tempo e dell’utopia. Il dramma d’ogni “guardatore” consiste nel punto d’unità della dis-unità della città, o d’ogni reale che si prolifera nelle innumerevoli forme visibili.
E’ stato detto che la fotografia prima d’essere guardata ti guarda: tu credi d’essere uno specchio, in verità sei specchiato e non guarderesti se non fossi guardato. Così la città ti guarda e ti vuole suo e già la tua immaginazione è pietrificata in strade e piazze e monumenti e gesti d’altri e quando percorri con l’occhio gli oggetti della città essi ti scelgono perchè tu ti soffermi per essere guardato da loro. E tu supponi che questa scelta sia di valenza simbolica e il tale oggetto in sè dica il tutto che lo circoscrive. Tenti una visione del tutto in una foto “unica” che porti in sè la più alta concentrazione del reale.
“Volevo soprattutto cogliere, nei limiti di un’unica fotografia, tutta l’essenza di una situazione” ha detto una volta Cartier-Bresson. Di qui a considerare il “luogo” della fotografia alcunchè di luminoso il passo è breve, inevitabile. Come può diventare inevitabile considerare la fotografia la realis realitas, talchè Avedon poteva dire: ” … le fotografie hanno per me una realtà che le persone non hanno”.
L’aura della città, la “maestà del momento” fissata dall’occhio fotografico veramente rischiano di farci per­correre quelle città della nostra vita che solo abbiamo immaginato o vissuto ma forse mai vedute. L’altra realtà fuoresce da questi indizi così limpidi e ancora così ambigui, perchè ancora non posti nella “giusta” luce, poichè gli oggetti prendono infinite luci. Essi ci guardano con la superiorità della loro immobilità.

 

Silvio Cumpeta
Febbraio 1983

 

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