FOTOGRAFIE:

Daniele Agosto
Sandro Boato
Dario Buttazzoni
Ivano De Simon
Giovanna Lunazzi
Paola Lupi
Annalisa Mansutti
Riccardo Masullo
Paolo Parussini
Fabrizio Toneatto
Rossana Trevisan
Sandro Vicedomini

Udine in Luce – Fotografare la letteratura

Franco Martelli Rossi

 

“Tra i toni cupi di un paesaggio crepuscolare, l’occhio dell’osservatore si sofferma sui delicati fili d’erba che, come morbidi e lunghi capelli al vento sul declivio collinare, guidano l’attenzione verso le auree silhouettes di una casa e di due alberi spogli, evidenziate dal retrostante soffuso riverbero di una indefinita valle nebbiosa.”
Questa mia descrizione potrebbe essere una delle tante possibilità interpretative per raccontare la bellissima immagine di Bill Brandt (Top Withens, 1944) tratta dalla fertile serie che il fotografo britannico ha realizzato ispirandosi a Cime tempestose, l’intenso e passionale romanzo di Emily Brontë. Ma il rapporto dialettico tra letteratura e fotografia non si esaurisce certamente con l’esperienza di Bill Brandt. Sono infatti numerose le rappresentazioni, dalla calotipia a oggi, con le quali diversi fotografi si sono ispirati a testi letterari.
Il motivo di questa relazione espressiva sta anche nel fascino della parola e nel diverso ruolo che assume all’interno dei due linguaggi, dove è madre o figlia di immagini, a seconda delle circostanze.
E poi, parole e immagini sono sempre le principali protagoniste nei nostri ragionamenti quotidiani. Dialogano nelle stanze della nostra mente e, talvolta immerse nei sommi principi della cultura e dell’arte, creano un flusso di pensieri intimi e di cognizioni razionali da cui poi si originano esclusive sensazioni.
Anche Udine in Luce – Fotografare la letteratura, l’operazione culturale che propone il Circolo Fotografico Friulano, è un interessante progetto che rivisita luoghi e atmosfere descritte da scrittori e poeti.
L’iniziativa si arricchisce di un ulteriore aspetto intrigante in quanto la ricognizione fotografica si sofferma solo sul contesto cittadino udinese, con l’intento di trascrivere le visioni prodotte dalle parole di alcuni autori friulani.
E così, le sequenze letterarie tratte dai testi di sei scrittori… più quella prodotta da un algoritmo (bella sfida!) vengono analizzate e reinterpretate visivamente da dodici fotografi.
Partendo dal tenero, curioso e vivace occhio di bambino, rivelato attraverso le intime memorie di Tito Maniacco nel Figlio del secolo, si ripercorrono i luoghi di una Udine travagliata dai flagelli del fascismo, della guerra e dell’occupazione tedesca, dove però, anche se vacillante, permane la speranza e, forse, l’illusione di un mondo nuovo.
Nelle fotografie di Fabrizio Toneatto dedicate a questo testo, i brani scelti vengono esplicitamente ambientati nella contemporaneità, scenario al quale si sovrappone la monocroma e uniformata ripetitività dei Nuovi villaggi, i graffiti writing aggressivi e invasivi della periferia, il volo di uno skate che ricorda il balzo del vecchio Gioco del pindul-pandul.
Ma anche il silenzio del Sul far della sera, dove le luci di quartiere e quelle dentro le case isolano la figura umana e gli oggetti urbani in una sorta di pace che fa però intuire anche tanta solitudine. Quasi un emarginato eremo, in una atmosfera che si coglie anche nell’Osteria dal cristallizzato arredamento e dal sapore anni sessanta.
Diverso è invece il tempo in cui si collocano le fotografie che Giovanna Lunazzi ha dedicato al brano, sempre dal Figlio del secolo, in cui il ricordo di Tito, allora dodicenne, si imbatte in una scena che, pur senza spargimenti di sangue, riflette una sordida violenza: lo smantellamento della biblioteca personale dal palazzo di Elio Morpurgo, ex sindaco di origine ebraica morto durante la deportazione ad Auschwitz.
Il volo dei libri, lanciati anonimamente dalla finestra del palazzo, che poi cadono sul selciato come corpi morti è qui raccontato in modo struggente, utilizzando l’inversione tonale del negativo fotografico che rende impalpabile il tempo e rimanda a un atavico ma originario passato di dolore, in cui i soggetti, un uccello morto, un orizzonte pericolosamente inclinato e la pietra d’inciampo radente il selciato, sembrano ricordare la fragilità e l’incertezza del vivere.
Anche Sandro Vicedomini prende, tra le righe del medesimo libro, ispirazione da un evento e da un luogo ben circoscritti: la festa di San Valentino in Borgo Pracchiuso. Le sue immagini alterano distanze di spazio e di tempo con vivace significazione. L’imbocco di Via Agricola e la finestra chiusa della casa di Tina Modotti, nella loro bidimensionalità, propongono su un unico piano la compresenza di tempi diversi. Mentre le fotografie della porta della basilica e la visione in cui l’occhio deve superare le inferriate per guardare la salma del santo stimolano l’immaginazione di un tempo inconsueto.
Poi si volta pagina, per immergersi “… nella sostanza tiepida dei sogni…” con cui Pierluigi Cappello racconta sé stesso nel romanzo Questa libertà.
Nel libro, lo scrittore rivela appassionatamente il suo amore per la poesia e per la scrittura e analizza con commovente intimità la sua condizione fisica compromessa da un tragico incidente in moto.
Dario Buttazzoni seleziona delle brevi ma significative frasi, soprattutto dalle riflessioni ospedaliere di Cappello, che ci permettono di cogliere il drammatico contrasto tra la libertà delle parole e la paralisi delle sue gambe. Guardando questa trascrizione visiva si rimane senza fiato, in una apnea psicologica che spaventa. Pare quasi che i luoghi si trovino sotto un vuoto spinto, all’interno di una invisibile e sofisticata gabbia claustrofobica, costruita con proiezioni di vetri verdi oleosi e su un falso esterno irraggiungibile. Dove i cieli della notte sono neri e densi come il petrolio e quelli del giorno, addolorati da acuminate punte, non hanno nessuno sbuffo e respiro di nuvola.
Anche Rossana Trevisan analizza i pensieri verbali di Cappello in Questa libertà, modellando il suo lavoro espressivo tramite elementi compositivi essenziali per la rappresentazione fotografica: la luce, il movimento (il mosso) e la sfocatura. Con la sua fotocamera si introduce tra le adolescenze di un mondo rimasto incompiuto per il giovane Pierluigi. Con immagini che percorrono le quotidianità giovanili in una costante vibrazione, alternando il dentro e il fuori, forti silhouettes pensose, contrasti di luce e di fuoco.
Altri due fotografi riflettono la loro fantasia creativa attingendo a due libri di Elena Commessatti, legati fra loro dalla stessa protagonista, l’investigatrice Agata Est, che indaga su trame differenti ma entrambe ispirate da una serie di fatti di cronaca con un denominatore comune: gli omicidi di 15 donne accaduti tra il 1971 e il 1989, a Udine e dintorni.
Da Agata Est e il mostro di Udine, Ivano De Simon estrapola due passaggi del percorso urbano della protagonista e mette in scena, con cura da regista, due rappresentazioni teatrali in sintonia con le allegorie della Staged Photography. All’interno del Tableau Vivant l’attrice interpreta le riflessioni letterarie della scrittrice e di Agata, sulla soglia della tomba di Arturo Malignani, inventore della lampadina, rievocato da bagliori elettrici che spezzano l’oscurità notturna. E poi, nella città delle “piccole rogge”, appare il ricordo del nonno, attraverso una bicicletta che veicola i suoi preziosi bagagli di memoria, insieme alla vecchia Rolleiflex.
Diverso è il lavoro di Annalisa Mansutti che si confronta con Femmine un giorno. Anche le sue immagini sono costruite su delle attente messe in scena ma il suo personaggio principale è sempre una comparsa: una volta un fantasma, di cui non si riesce a definire una fisionomia, in altro caso solo una vuota e indefinita presenza di un tempo precedente. Prima un mosso sfuggente e poi degli stivali solitari, ambientati in luoghi anonimi e periferici, incarnano le sue presenze femminili che, come narra Elena Commessatti, sono solo “donne a metà”.
La notte del ragno mannaro è un romanzo autobiografico in cui Carlo Sgorlon nella sua opera più anomala e ricca di riferimenti letterari, racconta le inquietudini e gli incubi di un giovane camionista, che girovaga nel cuore di una Udine magica e pullulata da strane figure.
Daniele Agosto, riassume le sensazioni e le angosce narrate in alcune frasi del libro, usando le parole e i nomi come incipit su cui costruisce la sua reinterpretazione fotografica. E allora, Ruota, Tunnel, Vertigine, ci appaiono come visioni del brancolare kafkiano di un Blade Runner che viene dal passato.
E nelle altre sue immagini si rappresentano poi quei dilemmi che angustiano la mente: Rosso è il colore dell’alba di un nuovo giorno oppure il riverbero di un incendio? E le Giostre? Il loro movimento interagisce con quello della Terra, del Sole, della Luna oppure con il vortice di un ciclone? E Roswita? La sua inconsistente e duplice figura è sogno o realtà, oppure un miraggio che svanisce man mano che ci si avvicina?
Anche Paolo Parussini si muove nel chiarore rossastro dell’alba e nello zigzagare di una convincente sequenza pervasa dal colore del fuoco, osserva e traguarda la ciminiera della SAFAU, si dirige verso l’antico sito dell’altoforno in cui ardono ancora le fiamme infuocate, e poi volge lo sguardo impaurito verso i rassicuranti raggi solari.
I nostalgici ricordi infantili evocati da Rino Borghello nella poesia Al Giardinetto Ricasoli, conservano e restituiscono la magia semplice e preziosa di un bambino udinese di inizio novecento. Il suo occhio di fanciullo viene raccontato dai bianchi e neri di Paola Lupi, che attraverso gli intrecci tonali della luce filtrata fra piante, alberi, stradine, statue e panchine, crea nuovi spazi virtuali e mentali: anfratti ombrosi per giocare a nascondino e chiazze di luce dove offrire le caramelle per conquistare il cuore della propria amata.
È lapidario, nella sua calligrafica semplicità, lo sguardo di Riccardo Masullo che con una sequenza, ambientata negli interni del Tempio Ossario, con un bianco e nero 6×6 chimico, usa pochi segni ma rigorosamente calibrati per interpretare il libro autobiografico L’alba sulla città, scritto da Aldo Barbina.
Dalla pagina prescelta, in cui riemerge la storia di un antefatto della resistenza partigiana, si genera una forte sintonia con le immagini che poggiano su poche cose, come tra l’altro, forzatamente, lo è l’astuzia per ritrovare la libertà.
Fin qui i testi analizzati hanno in comune un originario racconto del vissuto dei vari scrittori, se non altro per le considerazioni personali sulla stessa città.
È anche per questo motivo, che colpisce e forse sconcerta, la scelta di Sandro Boato di confrontarsi con una Udine raccontata dall’algoritmo di intelligenza artificiale GPT-2, risultato della sperimentazione scolastica di Mateusz Miroslaw Lis che si è valso, come matrice, dei modelli poetici di Ungaretti, Pasolini e Cappello.
Il risultato è una serie di fotografie marcatamente analogiche, confezionate con un bel bianco e nero tradizionale. Immagini che derivano dalla decifrazione letterale di artefatte locuzioni poetiche.
Eppure sono belle!
Belle, come son belle le parole.
Anche se sono state scritte da un replicante.

Udine, febbraio 2024

MOSTRA PROROGATA AL 30 GIUGNO