SILVIO MARIA BUIATTI MAGO DEL FLOU

scelta – scriveva Thovez – è quasi un’invenzione. E in quest’arte, da cui è esclusa ogni possibilità di virtuosità tecnica, la scelta è tutto” (12); Thovez evidentemente sbagliava, credendo che la fotografia non potesse godere di “virtuosità” tecniche, ma riguardo la “scelta” fu invece tra i primi a rendersi conto che questa era una possibilità d’intervento “specifico”.
Buiatti aveva però entrambe queste doti, sia nel paesaggio che nel ritratto; nel primo, oltre ad “avvicinarsi”, tendeva a strutturare l’immagine attorno a un fulcro emblematico: un albero, una nuvola, un riflesso d’acque, con il quale creare una figura retorica, che è riferita quasi sempre a un’idea d’apocalisse, anche laddove sembra sbocciare la primavera.
Il forte chiaroscuro, con cui annulla nell’ombra i dettagli inutili e distraenti. rende ogni cosa drammatica, di una severa religiosità. Gli elementi accolti nell’immagine, sono simboli di una natura arcadica, osservati quasi con nostalgia, quasi fossero (e lo erano) gJi ultimi segni: CO\’Oni di granoturco che sembravano totem; alberi frustati dal vento; nuYole che esplodono e fuggono; acque che vibrano … ; il tutto in una atmosfera teatrale, effimera, come quella creata dal controluce, cui spesso Buiatti ricorre, sfruttando il contrasto del disegno, però anche per una
sfida tecnica, oltre che per ottenere un segno enfatico.
Nel ritratto, ancora i forti chiaroscuri e la stessa malinconia, qui ottenuta con pose languide, e sguardi che si abbandonano lontano; non c’è sempre la finezza, nè la consapevolezza culturale di un Carlo Wulz, triestino, che forse Buiatti conobbe, e che era orientato dagli stereotipi
classici dell’atelier viennese “d’Ora” e di Arthur Benda o di Rudolf Koppitz, ma nel fotografo friulano c’è spesso il guizzo della trasgressione agli schemi d’atelier, quasi d’obbligo nel ritratto, anche come garanzia per la clientela, ma specie se si tratta degli amici artisti, Buiatti si
abbandona quasi all’istantanea, nella ricerca di una maggiore vivacità di sguardo e di atteggiamento.
Nei ritratti femminili si avverte facilmente un’ansia di sensualità, non solo annegando la silhouette bianca della figura nel buio dello sfondo, ma giocando con i ritmi e le flessuosità delle braccia o la posizione delle mani, trascendendo però nei tentativi di composizioni più complesse, riferite forse a scene orientaleggianti come quelle proposte allora da un altro atelier viennese, il “Manassé”. E ne emerge in qualche caso un kitsch da dilettante (“Rifiuti”, “L’harem” … ) che, se testimonia il quoziente provinciale di Buiatti, è allo stesso tempo un suo palese tentativo di sottrarsi ai luoghi comuni locali, e a un moralismo che gli era scomodo e che alla fine risultò condizionante del suo lavoro d’atelier, nonostante il marchio “Foto Ars” con cui aveva inaugurato l’atelier di Via Marinoni nel 1928.
Lo si preferì paesaggista, Silvio Maria Buiatti “mago del flou”, cantore di un Friuli sognato e forse mai nato, se non nelle sue catartiche immagini, silenziose, estatiche, accattivanti, ma di una religiosità ammonitrice, che castiga.
Poi vennero i neorealisti. 

Italo Zannier
Novembre 1989

 

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